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Nome: Fabio
Dicevano di di lui che si trattasse di un cazzaro professionista, pigro, indolente ma stabile psichicamente. Beh si sbagliavano, e non per quanto riguarda il cazzaro. Qualcuno ha affermato che si tratta di una persona rispettabile, addirittura un "signore", ma dicendolo tradiva un impercettibile sorriso sotto i baffi. Personalità multiforme, spesso mette in difficoltà anche i suoi amici più cari, che fanno difficoltà ad inquadrarlo. C'è chi pensa che diventerà un giornalista affermato, e chi invece non scommetterebbe un soldo su di lui. Da piccolo è rimasto turbato dalla scena dell'esecuzione di Ching Cong in "ragazzi fuori" e una leggenda racconta che sia in possesso dell'album d'esordio di Daniele Groff. Esperto in schifezze culinarie è stato filmato mentre si mangiava un biscotto al cioccolato ricoperto di crauti. Ciò ha destato la riprovazione di tutta l'opinione pubblica e l'inizio di un periodo di profonda crisi tra lui e il mondo circostante. Nonostante questo sembra essersi risollevato. A Verona lo ricordano come "il comunista", a Trieste lo conoscono come "il comunista". Sta cercando di togliersi di dosso questa scomoda etichetta, ma non lo fa con troppa convinzione, perchè se qualcuno era comunista...allora forse lo è ancora. Dice di schifare il mondo dell'informazione, però passa ore della sua giornata a guardare le notizie ansa, in preda a un' insana febbre da ultima ora. Abile creatore di "papiri" universitari ha ritardato a lungo il momento della sua laurea. Alla fine ha dovuto cedere sotto la pressione dei parenti e del Capo delle Forze Armate. Animato da un'inspiegabile passione per l'est e l'altrove mischia sport, politica, esoterismo con inquietante faciloneria.
In capo sentimentale rifugge qualsiasi tipo di relazione, temendo di perdere la sua fiera indipendenza.
E' stato una delle ultime persone a rivolgere una domanda a Luciano Moggi prima che scoppiasse lo scandalo Calciopoli e si vanta di essere uscito indenne da un duello di sguardi con Zdenek Zeman. Di entrambe le cose va molto fiero e non si vergogna di vantarsene con chicchessia.
A chi gli ha chiesto come si definirebbe lui ha risposto laconicamente : come un turco alla predica.
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muscina in A Berlino...va bene
alike in A Berlino...va bene
LucreziaNon3Qui in A Berlino...va bene
Mafalduzza in Notturna balcanica
MrPokoto in A Berlino...va bene
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LucreziaNon3Qui in Tre
funku in Tre
ciccuzza in Tre
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Oggi per la prima volta sono riuscito a fare un allenamento come dico io. Sveglia alle 7.40 e in strada alle 8.20. Si può fare di meglio anticipando la sveglia di mezz’ora, ma su questo sono work in progress.
Oggi ho fatto fatica. Non lo nascondo.
Mi è stato poi detto che questo è abbastanza normale quando si corre di mattina. A parte l’ora credo che abbia pesato molto anche il giorno di riposo, oltre al fatto che per evitare una cappa di smog decisamente insopportabile, ho seguito un tratto di strada meno trafficata, ma in salita.
La pista ciclopedonale di viale Miramare è ottima per chi è agli inizi come me, ma è letale a certi orari. Studierò un percorso alternativo anche se non sarà facile dal momento che Trieste è un continuo saliscendi. Comunque dicevo, ho fatto fatica. La salita mi ha tagliato le gambe e a metà percorso avevo male alla milza. La milza, questa sconosciuta. Io non ho mai capito a che cosa serve. Per me è un inutile organo che si gonfia quando torni a correre dopo anni che non lo facevi, o quando hai la mononucleosi (che tra le altre cose non ho mai avuto). Voi mi sapete dire a cosa serve? Resta il fatto che per un minuto ho dovuto camminare affinché smettesse di far male. Ho ripreso piano, poi al solito mi sono concesso l’ allungo finale ma con più fatica rispetto all’ altroieri.
Avevo messo in conto giornate così. D’ altra parte cosa potevo aspettarmi dopo l’esito della partita di ieri? Ma tanto domani io sarò di nuovo in strada. E non correrò da solo. Così come tu non camminerai mai da solo.
E’ andata.
Questa mattina ho fatto la prima uscita. Non sono riuscito a svegliarmi alle 7.30 come mi ero imposto, ma ho aperto gli occhi appena alle 10. Sempre meglio della deriva delle ultime settimane ma posso ancora migliorare. Ho dato un’ occhiata al cielo. Grigio che più grigio non poteva essere. Mi sono preparato facendo attenzione a come vestirmi. Pantaloni della tuta lunghi, canotta, maglietta e giacca da allenamento traspirante del Brixen regalatami da Gino. Appena metto il naso fuori di casa, comincia piovere. Avrei dovuto portarmi il k way penso, poi mi ricordo che l’ ho prestato alla Cristiana. E quindi non fa niente, tanto sono poche gocce. Non comincio a correre subito però. Inizierò alla stazione, dove comincia la pista ciclo pedonale. Arrivato, parto. Vado piano. Mi ricordo quello che mi era successo 5 anni fa. Era estate, e avevo deciso di tornare a correre. Non avevo molta cognizione delle mie possibilità, e andai a Barcola (sul lungomare) alle cinque e mezza del pomeriggio. Era la seconda metà di agosto, quindi pensavo che la morsa del caldo si sarebbe presto attenuata, e così cominciai di buon ritmo. Barcola d’estate pullula di ragazze in costume, e quindi è inevitabile cercare di fare il gallo davanti a loro. Testa alta, ampia falcata e sorriso a trentadue denti. Solo che io mi ero riproposto di arrivare fino a Miramare e ritorno, e questo atteggiamento era controproducente. Infatti a meno di metà percorso mi dovetti fermare, chè ero sull’ orlo di un collasso. E tornando indietro a passi strascicati dovetti affrontare gli sguardi ironici di tutte le “mule” che un quarto d’ora prima avevo salutato allegro e baldanzoso.
Quindi niente passo veloce questa volta, giacchè sono cresciuto e certi errori non li faccio più. Resta il fatto che all’ inizio mi sento il culo pesante come se ci avessero legato due zavorre. Vado avanti a piccoli passi, perché so che altrimenti non ci arrivo a mezz’ora. Di fianco a me sfrecciano le macchine. Penso che Trieste sia una città bastarda, perché l’unica pista ciclopedonale l’hanno fatta in viale Miramare che è uno degli assi di maggiore scorrimento per uscire dal centro abitato. Vengo distolto da questi pensieri da una pioggia di foglie gialle che si staccano dagli alberi per cadere sopra di me. E allora non ripenso più a Trieste città bastarda, ma la mia mente torna a un anno fa. Quando qualcosa era morto dentro di me, e pensavo non sarebbe rinato mai più. Quando passavo le mie giornate a letto, sotto le coperte con la luce spenta. Non penso sia un caso che io abbia deciso di tornare a correre proprio adesso. Il caso non esiste mai. Gli alberi si spogliano e io anziché morire, rinasco, sotto la pioggia che comincia a cadere con più insistenza. Sento l’umidità penetrare nelle ossa ma non me ne frega niente, vado avanti, sempre del mio passo. Ho superato la metà del percorso e decido di arrivare fino a Barcola e poi tornare indietro con l’ autobus. La strada è lunga davanti a me e non vedo la fine. Mi ricordo quando giocavo a calcio e d’estate per fare fondo nelle gambe percorrevamo la stessa pista. Eravamo piccoli e ci sembravano distanze lughissime. Alla fine ci sfilacciavamo e diventava una specie di maratona, che poi si concludeva al campo. I tiri in porta finali, la doccia, il casino, i capelli bagnati e la cocacola al bar. Ora sono sempre io sullo stesso asfalto, con 12-15 anni di più sulle spalle, la cocacola me la devo comprare da solo, il casino non è fuori ma dentro di me, e i capelli sono bagnati dalla pioggia. Non è cambiato tanto in realtà.
Sto per arrivare alla fine, sono alla pineta di Barcola. Non sento la fatica, ormai ho preso il ritmo e vado. Attraverso il primo parco, dove un’ estate di dieci anni fa venni in bicicletta per leggermi Ivanhoe in santa pace. E poi il mare. Nonostante la pioggia sempre più incessante il mare è una tavola di biliardo. Non c’è vento, ma ci sono i gabbiani che volano bassi e sembrano albatros tanto imponenti sono le loro aperture alari. Entro nel lungomare Benedetto Croce e mi viene incontro un’ altra runner. E’ la prima che incontro. Ricordo ancora, in quel periodo in cui erano tornato a correre, che ormai conoscevo tutti di vista tutti quelli che correvano come me. C’era la donna treno, una biondina che andava avanti con un passo progressivo come una locomotiva. C’era la lepre, uno tizio che mi trovavo spesso e volentieri a 50 metri di distanza e a cui io provavo, ovviamente senza successo, a tenere il passo. E c’erano anche quelli delle diete, uomo e donna sovrappeso che correvano con delle tute imbarazzanti ad agosto. Chissà chi corre adesso lungo la riviera di Barcola, e nel frattempo mancano tre minuti allo scadere della mezz’ora. Torno indietro, che ormai diluvia. Non sono stanco e per raggiungere la tettoia della fermata dell’ autobus vado in progressione nell’ ultimo minuto. E’ una cazzata. Appena mi fermo, fradicio di pioggia e di sudore mi rendo conto che non dovevo farlo. Mi viene da vomitare per la stanchezza, ma mi blocco. Provo a fare due respiri grandi a polmoni aperti come mi ha insegnato Daz, ma è peggio. Allora salgo sul bus, e torno indietro. Scendo in stazione che non sento più le gambe, faccio i respiri, il quarto d’ora di stretching e sono pronto per tornare a casa.